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Archivio mensileottobre 2017

Diplomi 2017: Movimento dappertutto…

La mia prima esperienza con l’euritmia la potei fare dieci anni fa, quando in VIII passai da una scuola statale a una scuola Waldorf. Oltre all’approccio pedagogico completamente diverso, aspettavo con ansia la lezione di euritmia e in un primo momento, comprensibilmente, rimasi piuttosto confusa. In una stanza tutta colorata di rosa, i miei nuovi compagni si muovevano su testi e musiche e, al contrario di me, parevano sapere tutti che cosa bisognasse fare. Io mi limitavo a imitarli e cercavo di riconoscervi un senso.
La mia insegnante di euritmia cercò di spiegarmi la materia, però non capivo che cosa ne dovessi trarre. Ma mi piaceva avere nella giornata di scuola qualcosa che non si rivolgesse solo al cervello. In quel momento eravamo un’unità e lavoravamo insieme in modo del tutto naturale. Potevamo lasciare da parte le reciproche difficoltà e creare qualcosa insieme.
Naturalmente allora non mi era chiaro. Se si viene catapultati così in una situazione scolastica, ci si limita a seguire, ma poi questa esperienza, soprattutto rispetto alla mia storia precedente nella scuola pubblica, fu per me di straordinario valore.
Durante gli anni scolastici, fino al termine degli studi, si radicò nelle mie aspettative per il futuro l’idea di stare una volta davanti a una classe e di poter offrire agli studenti la possibilità di lavorare insieme così, senza riserve. Quando in XII preparavamo il saggio finale di euritmia per rappresentarlo, avevo trovato un grande piacere nell’euritmia, perché non si trattava di un’arte rigida, ma vi era movimento ovunque. Si è liberi nelle possibilità espressive e in ciò che si vuole manifestare. Così non si ha l’obbligo di consacrarsi alla musica o al testo, perché non è quello il compito, ma si rappresenta il suono o il linguaggio. Si può, in un certo senso, prescindere da se stessi e abbandonarsi del tutto a ciò che risuona.
“…un ulteriore stimolo…”
Quando l’insegnante di euritmia mi disse che avrei potuto pensare a un corso di studi sull’euritmia, e mi raccontò alcune cose di quel corso, nel mio cuore ero sicura di volerlo fare. Così presentai domanda alla scuola di arte euritmica di Berlino. All’inizio era per me assolutamente sorprendente trascorrere le giornate in una lunga veste, però mi ci abituai alla svelta, accettandola come la quotidianità per una studentessa di euritmia.
Tra i vari momenti dedicati agli esercizi con le verghe, a quelli con i passi e con le vocali, ve ne fu uno in cui una studentessa del quarto anno ci mostrò come si cuce un abito da euritmia. Fin dalle lezioni di lavori manuali alla scuola Waldorf mi piacevano molto i lavori di quel tipo, ed ero perciò entusiasta di queste lezioni di cucito. E quando seppi che diverse indicazioni sui costumi riguardavano le forme date da Rudolf Steiner, divenni instancabile nel lavoro manuale. Trovai così un nuovo stimolo all’euritmia: i costumi.
Durante il secondo anno, mentre lavoravamo a semplici “forme del Dottore”, iniziai quindi a occuparmi delle indicazioni per i costumi. Esaminavo vecchie fotografie delle scene dal Faust, ed ero impressionata dalla varietà dei costumi. Avevo già imparato molto su pantaloni e casacche, sui diversi materiali e, dal terzo anno, sulle combinazioni di colori fra velo e abito. Volevo provare e sperimentare quanto più era possibile.
Ora nel quarto e ultimo anno di formazione, mi servii di tutto quel che avevo fatto e studiato per la mia tesi di diploma dal titolo: “I colori in euritmia”, e appresi qualcosa anche sulla funzione e le possibilità delle luci di scena.
Così posso parlare per esperienza personale quando dico che l’euritmia non si esaurisce nel movimento.
La mia impressione dei quattro anni di studi è che la complessità e varietà di quest’arte trovi un limite solo nella creatività di ognuno, perché lo studio dell’euritmia non termina quando si lascia la scuola.
Se si racconta ai propri amici che si studia euritmia, in genere la reazione è: “Ma che cos’è?”
Poiché la reazione normale a qualunque tentativo di spiegazione è di solito uno sguardo scettico, ho deciso di invitare le persone alla nostra rappresentazione finale. Diventano superflui i tentativi di spiegazione quando si è disposti a far agire su di sé uno spettacolo.
Certo oggi non è usuale leggere poesie o ascoltare musica classica, così ogni rappresentazione è una sfida; nonostante ciò ho fatto l’esperienza nella cerchia della mia famiglia e dei miei amici che essi, pur non potendo comprendere del tutto l’euritmia, ricevevano comunque un’impressione della sua efficacia.
È rimasta in me come un tempo la ferma convinzione di voler iniziare subito un’attività di insegnante e mi rallegro all’idea di offrire ad altri le cose imparate negli ultimi anni; spero davvero che anch’io potrò un giorno far entusiasmare uno o l’altro dei miei allievi come io stessa mi entusiasmai per questa materia quando frequentavo la scuola Waldorf.

Lisa Metze

Ho iniziato il mio corso di euritmia nel 2013. Ero venuta in contatto con l’euritmia e l’euritmia terapeutica già in precedenza nel 2006 nel Seminario interculturale per i giovani di Stoccarda. Avevo subito un incidente stradale e l’euritmia mi aveva aiutato a confrontarmi più consapevolmente con me stessa e con il mio corpo – sperimentando quanto fosse importante riuscire ancora a muoversi con le proprie forze. Avevo provato allora la sensazione non solo corporea, ma soprattutto interiore, di imparare a camminare. Si afferra se stessi e il proprio corpo.
A quel tempo decisi di frequentare una facoltà di economia che ho poi portato a termine. Mi sono accorta ben presto però che ero interessata molto poco agli aspetti tecnici, quanto piuttosto al modo in cui gli uomini cooperavano fra loro, a come funzionavano i processi lavorativi, a come  venivano  realizzate idee comuni. Erano tutti elementi che avevo trovato anche nell’euritmia. A poco a poco compresi perché portassi così tanto l’euritmia in me. La mia decisione di studiare euritmia non venne da un processo di maturazione, ma fu la conseguenza di una necessità interiore.
Lo studio mi ha offerto l’approfondimento di conoscenze sull’euritmia che speravo, ma con un’intensità che non mi aspettavo. Mi ha permesso di esprimere meglio le esperienze interiori che si provano ascoltando una musica o una poesia, e di renderle visibili. Ho imparato che l’anima di una persona può inserirsi in ogni nota, in ogni suono  e in ogni lettera  e che attraverso questa esperienza si possono studiare a fondo  le molte sfaccettature della vita animica, e quindi in ultima analisi della conoscenza umana. Nel confronto con una poesia o un brano musicale il corpo diviene strumento. L’euritmia penetra l’essere dell’uomo in quanto rende visibile attraverso il corpo i contenuti spirituali e le loro leggi.
Questo non significa che sia autoreferenziale. Al contrario. Ho vissuto come un grande lusso poter completare un secondo corso di studi ed essere in un continuo dialogo con i miei compagni. Infatti volevo collaborare con altre persone, considerarmi con loro in un comune processo formativo, e infine esservi veramente. Per quasi quattro anni ho lavorato a brani comuni con sei compagni – ogni giorno di nuovo, con risultati affascinanti. Vivere con gli altri nella medesima idea, nella medesima immagine, fino ad avere quasi lo stesso respiro, era e rimane un’esperienza straordinaria. Nell’euritmia è importante stabilire una consonanza tra udibile e visibile, trasformare esperienze animiche in immagini che si presentano al pubblico. Si impara a porre se stessi all’interno del movimento e diventa percepibile la peculiarità propria e dell’altro. Mi ha sempre impressionato come ci siamo riconosciuti pur nelle nostre diversità. Mi rallegro di poter ripetere di nuovo questa esperienza nella presentazione del nostro lavoro finale.
Per tutte queste ragioni riconosco anche l’alto valore pedagogico dell’euritmia. Ho presentato domanda per un ruolo di insegnante di euritmia e sono molto emozionata di fronte a questo nuovo passo.

Svenja Kerksen

Diplomi 2017: Nella differenza

Appena prima delle vacanze pasquali, quando ci giunse la richiesta di scrivere un articolo per “Auftakt”, l’atmosfera nella nostra classe era tesa al massimo. Il corso fino a quel momento ci aveva regalato momenti belli e molte conoscenze, proprio in un senso comunitario; quest’ultimo anno ci metteva ora in grande agitazione. Le richieste che il corso ci pone sono estremamente alte; siamo impegnati tutta la giornata, ma non riusciamo mai a fare tutto ciò che dovremmo. Una condizione frustrante. Dopo Natale crebbe in noi la convinzione di dover portare a termine tutto e ogni studente si è trovato spinto al limite della propria resistenza. Questo ha portato a confronti, intolleranze, impazienza e sospetti fra noi a cui non eravamo abituati.
Gli anni di studio ci hanno donato grandi trasformazioni, ci siamo sempre sforzati, e non di rado ci siamo sentiti sovraccaricati ma, benché fossimo al limite, ci è risultato chiaro per quel che viveva fra noi. A che cosa può servire? Che senso aveva portare gli studenti in quella situazione – non eravamo più al primo anno per penare così – oppure sarebbe stato meglio pretendere meno, ma lavorare in modo più sano e approfondito? Queste domande nascevano in quel momento, anche nello scambio con le euritmiste diplomate che ci aiutavano. Io non conoscevo la risposta, ammesso che ve ne fosse una chiara. Lo sguardo retrospettivo sull’ultimo trimestre, quando tutti volevano esprimersi, suscitò in me la domanda: “Come posso riconoscere il bello nella visione di un mio compagno e come posso mettermi a sua disposizione perché possa manifestarsi?” L’ideologia secondo la quale tutti noi dovremmo evolverci come uomini e diventare abbastanza buoni da volere tutti la stessa cosa, per seguire senza conflitti gli a stessi impulsi artistici, l’ho decisamente abbandonata durante quest’anno. E questo è bene secondo la mia attuale prospettiva, infatti ora più di prima riconosco che non è importante “evolvere” verso la medesima cosa, ma che solo dalla differenza, attraverso una individualità, può realmente nascere un’opera d’arte. L’essenza di una persona si mostra innanzi tutto nel modo in cui è diversa da me – imparare la socialità non può significare annullare le differenze, perché allora nessuno potrebbe evolversi verso se stesso.
La fine degli studi fu per me come un passaggio oltre il limite che io, oppure il mio gruppo, ci eravamo prefigurati. Si mostrò come in noi vi fosse molto di più di quanto sapessimo, di quanto riuscissimo a vedere, quando ci vennero prese tutte le forze e la voglia: posso arrivare più lontano di quanto avessi pensato. Posso ritrovarmi oltre quel limite, non in me e nella mia sicurezza, ma nell’istante inaspettato, scomodo e vulnerabile nel quale il mondo esterno diventa in effetti il mio mondo interiore. Così diventiamo realmente noi. Nella comunità ci siamo reciprocamente aiutati e insieme ci siamo esposti al caos, abbiamo abbandonato le comodità sociali, e ci siamo riconosciuti come singolarità. Probabilmente solo da quel momento siamo potuti diventare produttivi con l’euritmia. Questa è perlomeno la mia sensazione e io  la vivo come un grosso dono che questa formazione finora mi ha portato  e per questo sono grata a chi mi ha preceduto su questo cammino. È forse una delle esperienze originarie della formazione in euritmia: diventare un altro perché si diventa se stessi.

Franka Henn

Diplomi 2017: Un TU un IO un NOI

…una riflessione sull’essere di gruppo

Studiando euritmia impariamo a conoscere i più svariati mezzi artistici, a distinguere fra dionisiaco e apollineo, tra forze espressive delle consonanti e forze impressive delle vocali. Abbiamo la possibilità di farci sfiorare dalle entità dello zodiaco e dei pianeti. Mi sembra che il nostro piccolo sguardo sia inadeguato a un universo così vasto e profondo, e che non sia in grado di conoscerlo e penetrarlo realmente.
Questo studio è per me uno dei “misteri più aperti” del nostro tempo.
All’inizio dei miei studi, mi chiedevo spesso come l’uomo possa evolversi in senso spirituale. Un tempo credevo che il mio percorso dovesse svolgersi nella solitudine e nella più profonda contemplazione, volevo rimanere sola per lungo tempo, e intravedevo la mia salvezza nella meditazione orientale. Ma all’inizio dello studio mi accorsi subito che l’euritmia esige qualcosa di completamente diverso. Esorta l’IO! Vuole che le persone abbiano scambi fra loro, che divengano capaci di socialità.
Non vi è mai nessuna lezione di questo corso nella quale si possa stare da soli sulle proprie gambe. Vi è sempre un TU, che sia un docente, un altro studente oppure un interlocutore spirituale, cioè un brano musicale o una poesia. A me perlomeno è capitato così.
Se per un istante guardo indietro al mio gruppo, in quanto IO mi accorgo di poter riconoscere in ognuno di loro un TU; era così, perciò adesso vi riconosco un NOI.
Quel NOI è per me l’espressione della nostra entità di gruppo, è la fiducia di ogni IO nei confronti dello sconosciuto, inesprimibile TU.
Non significa però che fra noi non vi fossero differenze di opinioni, vi erano e non poche. Però c’era sempre qualcosa per cui NOI sapevamo: “NOI siamo sulla stessa barca”; NOI eravamo convinti che un solo punto di vista non potesse essere l’unica verità. Ogni angolo visuale da cui guardare uno stato di cose era per me una nuova prospettiva per la nostra entità di gruppo.
Proprio in questo momento sviluppiamo il NOI e cresce una fiducia nel “mondo spirituale comune”. Da allora questa fiducia mi sostiene sia nella realtà sociale, sia nel movimento d’insieme con il mio gruppo.
L’euritmia è per me un’entità che crea relazioni.
Con quest’arte abbiamo la possibilità di far incontrare le persone.
Infatti il NOI è per un gruppo forza dell’IO intensificata.

Christopher Kolmsee